Vara inizia il suo percorso di vita in un villaggio delle campagne della Moldavia, negli anni in cui incombeva ancora il regime sovietico. Durante l’infanzia semplice e modesta, la passione per lo studio e il senso del dovere le garantiscono successi a scuola, in linea con quello che la società si aspettava da lei. Ma la curiosità la porta a scoprire il mondo fuori dagli argini prestabiliti. L’adolescenza turbolenta, che coincide con i cambiamenti dovuti al crollo dell’impero sovietico, le svela il peso della sofferenza che la porterà a cercare nella fine la liberazione da ogni dolore. Dopo diverse vicissitudini, sarà un evento tragico a farle capire che invece la vita merita di essere vissuta appieno. Con grandi sacrifici, Vara non risparmia energie per seguire la propria passione e ridare un senso alla propria esistenza. In un parallelo tra eventi storici e scelte personali,
“ Bucce d’arancia nel tè ” descrive tutte le sfaccettature di un sentimento, discreto eppure potente, come l’amore per la famiglia, per la natura, per l’arte, per il lavoro, per il compagno di vita e per la vita stessa.
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Vara sapeva che per scacciare la paura, bisognava pensare a qualcosa di bello e allora si rifugiò nei ricordi. Armeggiando nei cassetti della memoria, aveva ritrovato le sue meraviglie: il rifugio sotto la chioma dell’immenso noce, la sensazione della terra soffice sotto i piedi, il cielo stellato dall’oblò della soffitta, gli stracci che diventavano bambole. Come un fiume in piena, i ricordi si trasformarono in parole che cominciarono a dipanarsi sulle pagine del suo taccuino. La mente correva a raccogliere le sensazioni di quei fatti lontani, ma si rese conto che non sarebbe stato facile imprimere sulla carta i pensieri di una bambina che giocava con i sassi levigati né descrivere il profumo dei fiori di ciliegio, di pane appena sfornato e del tè alle bucce d’arancia. Voleva spiegare quanto si può disprezzare la vita quando si soffre per amore e cosa si prova a convivere con i topi e con la puzza che impregna i vestiti dopo essere stata nel bagno comune. Non le era facile trovare le parole per far sentire il continuo senso di fame che l’aveva accompagnata per anni e il freddo pungente che ancora oggi le è rimasto conficcato nelle ossa. Temeva di non riuscire a raccontare il dolore che annebbia gli occhi di un genitore dopo la morte di un figlio. Le sembrava complicato spiegare quello che per molti è normale, come il senso di felicità sotto l’acqua calda della doccia o di gratitudine per la quotidiana presenza rassicurante del sole. Ma volle provarci, per se stessa, per suo figlio e per chi vorrà serbare questa storia nel proprio cuore.