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Nel 2013, all’età di cinquant’anni, Szilárd Borbély pubblica un romanzo dal titolo Nincstelenek, qualcosa come i derelitti, coloro che non hanno nulla, che sono stati spogliati di tutto. Da chi? Dagli occupanti nazisti prima, dagli occupanti comunisti poi. La vicenda si svolge tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del secolo scorso, in un misero villaggio abitato da zingari, ungheresi, romeni di varie religioni ed etnie. Il narratore è un bambino che vive con la famiglia (un neonato, una sorella, padre e madre) in un tugurio di fango, argilla e letame. Gli strati infimi dell’esistenza nei quali si svolge la vicenda sono descritti con un linguaggio diretto, semplice, mai finto, senza evitare né forzare crudezze, ma senza nascondere nemmeno nulla. Persino il lettore che cerchi solo puro intrattenimento rimane avvinto da questa narrazione di un’onestà, di una dirittura e di una profondità oggi irreperibili nella letteratura mondiale. Non a caso infatti I senza terra è stato considerato dalla stampa internazionale un romanzo che «appartiene alla più vera, più grande letteratura contemporanea». Da tanta tensione, l’autore purtroppo è morto suicida nel 2014, l’anno successivo alla pubblicazione di quest’opera ormai tradotta in varie lingue e diffusa in numerosi paesi. C’è forse una trama avvincente alla base di tale successo? Sì. La vicenda è il semplice fluire dell’esistenza quotidiana di quel villaggio, con tutta la miseria, tutta la crudezza, tutto l’intrecciarsi di vita animale, addirittura biologica, di meschinità e schermi politici, religiosi e razziali. Eppure si esce da questa lettura come rigenerati: perché non c’è l’illusione da quattro soldi qui, ma solo coraggio, umana caparbietà e verità. (Giorgio Pressburger) In un villaggio del Nord-Est dell’Ungheria, mentre la sua famiglia lotta giorno dopo giorno per sopravvivere agli stenti e alla discriminazione, un bambino cerca di fuggire al freddo e alla fame immaginando un universo proprio governato dai numeri primi. Intorno a lui c’è il mondo crudo e ottuso di un popolo traumatizzato dalla guerra, dal gulag, dal nuovo regime che ha espropriato le terre; gente superstiziosa e ostile che, ormai privata di tutto, rimane in quella terra di confine in attesa di un riscatto che non arriva.
Nel 2013, all’età di cinquant’anni, Szilárd Borbély pubblica un romanzo dal titolo Nincstelenek, qualcosa come i derelitti, coloro che non hanno nulla, che sono stati spogliati di tutto. Da chi? Dagli occupanti nazisti prima, dagli occupanti comunisti poi. La vicenda si svolge tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del secolo scorso, in un misero villaggio abitato da zingari, ungheresi, romeni di varie religioni ed etnie. Il narratore è un bambino che vive con la famiglia (un neonato, una sorella, padre e madre) in un tugurio di fango, argilla e letame. Gli strati infimi dell’esistenza nei quali si svolge la vicenda sono descritti con un linguaggio diretto, semplice, mai finto, senza evitare né forzare crudezze, ma senza nascondere nemmeno nulla. Persino il lettore che cerchi solo puro intrattenimento rimane avvinto da questa narrazione di un’onestà, di una dirittura e di una profondità oggi irreperibili nella letteratura mondiale. Non a caso infatti I senza terra è stato considerato dalla stampa internazionale un romanzo che «appartiene alla più vera, più grande letteratura contemporanea». Da tanta tensione, l’autore purtroppo è morto suicida nel 2014, l’anno successivo alla pubblicazione di quest’opera ormai tradotta in varie lingue e diffusa in numerosi paesi. C’è forse una trama avvincente alla base di tale successo? Sì. La vicenda è il semplice fluire dell’esistenza quotidiana di quel villaggio, con tutta la miseria, tutta la crudezza, tutto l’intrecciarsi di vita animale, addirittura biologica, di meschinità e schermi politici, religiosi e razziali. Eppure si esce da questa lettura come rigenerati: perché non c’è l’illusione da quattro soldi qui, ma solo coraggio, umana caparbietà e verità. (Giorgio Pressburger) In un villaggio del Nord-Est dell’Ungheria, mentre la sua famiglia lotta giorno dopo giorno per sopravvivere agli stenti e alla discriminazione, un bambino cerca di fuggire al freddo e alla fame immaginando un universo proprio governato dai numeri primi. Intorno a lui c’è il mondo crudo e ottuso di un popolo traumatizzato dalla guerra, dal gulag, dal nuovo regime che ha espropriato le terre; gente superstiziosa e ostile che, ormai privata di tutto, rimane in quella terra di confine in attesa di un riscatto che non arriva.

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